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Sembra che la sera dell’11 gennaio del 49 Cesare fosse ancora a Ravenna.
Andò come ospite d’onore ad un combattimento di gladiatori (molto spesso questi combattimenti erano incruenti in quanto i gladiatori erano materiale umano prezioso essendo altamente addestrati), poi si mise a banchettare coi propri generali e magistrati ascoltando dei musici.
Bevve però una sola coppa di vino.
Alla fine del banchetto si accomiatò dicendo di andare a letto mentre in gran segreto montò su un cocchio e si diresse al fiume Rubicone chiamato Rubico dal colore rossastro delle sue acque.
Sulla sponda del fiume lo aspettava la sua fedele Tredicesima legione, la XIII Legio Gemina che aveva come simbolo il leone, veterana e sua compagna di tante battaglie in Gallia.
Cesare parlò ai legionari chiamandoli non Milites (Soldati) ma Commilitones (Compagni).
Poteva farlo. Oltre che il loro generale egli in battaglia era stato anche il loro compagno.
Erano questi legionari quasi tutti Galli cisalpini del Piemonte e della Lombardia, gente a cui Cesare aveva conferito la cittadinanza romana e che il Senato si ostinava a disconoscergli.
La patria adesso per questi legionari era solo il loro generale, Cesare.
Sembra che nella notte tra l’11 ed il 12 gennaio del 49 Cesare con la XIII Legio Gemina attraversasse il Rubicone.
“Alea iacta est” “Il dado è tratto” tramandano i libri di storia e Giulio Cesare con la sua Legione entravano sia nella storia che nella leggenda.
Scelsero un guado, prima scese in acqua la cavalleria che mettendosi ferma di traverso faceva argine alla corrente del fiume permettendo così alla fanteria di transitare senza problemi.
La mattina del 12 Cesare con la sua legione entrò a Rimini senza incontrare resistenza.
Qui lo raggiunsero i suoi generali da Ravenna.
Intanto Cesare inviava da Rimini emissari in Gallia dove stazionavano le altre sue otto legioni, ordinando loro di raggiungerlo prima possibile.
La notizia del passaggio in armi del Rubicone gettò nel panico il Senato e lo stesso Pompeo.
Inviarono allora un ultimatum a Cesare intimandogli di nuovo di sciogliere le proprie legioni e ritornare a Ravenna in attesa di ordini dall’Urbe.
Cesare per tutta risposta fece andare alcune sue Coorti ad Arezzo (Rimini ed Arezzo erano le due città più a nord della Repubblica prima del confine con la provincia della Gallia Cisalpina).
Poi dopo un suo ordine le truppe scesero rapide come un torrente di montagna da queste due strategiche città, puntando verso sud.
Dove passavano non incontravano resistenza anzi le popolazioni le accoglievano festanti.
I senatori avversi a Cesare con Pompeo in testa fuggirono da Roma.
Si erano diretti a sud dove si chiusero a Brindisi.
Da questa città riuscirono poi ad imbarcarsi verso Oriente.
Cesare intanto conquistava tutte le città romane lungo la Val Tiberina ed il Piceno entrando incontrastato a Roma il 30 marzo del 49 a.C..
Dopo avere conquistato il potere a Roma ed essere stato proclamato dal Senato “Dictator Perpetuus”, Cesare premiò i suoi legionari con la distribuzione di terre italiche e in particolar modo premiò i legionari della sua fedele Tredicesima Legione, la XIII Legio Gemina veterana di tante battaglie in Gallia con cui aveva attraversato il Rubicone.
Ma Cesare volle premiare anche i cavalli in sella ai quali la cavalleria della XIII Legio aveva attraversato il fatidico fiume.
Li lasciò così liberi di pascolare ed invecchiare in campi appositi attorno a Roma, accuditi e foraggiati da maestranze a loro dedicate.

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