Antonio Montanari, I giorni dell’ira 2005

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Un soldato tedesco «ha scritto un libro» sulla guerra a cui ha partecipato, ed è andato «personalmente, mezzo secolo dopo, nei paesi dove» era stato a com­battere con i commilitoni. Lì «voleva essere festeggiato»; e lì «mostra con la mano destra un foglio scritto a mac­china, timbrato e firmato: è il certifi­cato di buona con­dotta rilasciatogli dalle autorità italiane». Questo soldato è il piccolo, quasi impercettibile prota­gonista in cui Ferdinando Camon rias­sume il significato polemico del suo ro­manzo Mai visti sole e luna (1994). Quel sol­dato «ride benignamente come uno che è in pace con tutti e a tutti vuol bene». «Ha qualcosa che splende in bocca quando ride, una specie di stella, che manda lampetti […]: ma non è una stella, guardando bene si può vedere che in basso a sinistra gli luccica un dente d’oro».

Così si conclude il libro. Il lettore rammentan­dosi di aver incontrato (molto prima) un soldato che ri­manda a questo della conclusione, si rimette a sfogliare all’indietro il volume fino a che trova il passo con cui termina il cap. 7: «Uno dei due era più contento dell’altro, e sorridendo apriva così larga la bocca da fare ve­dere che in basso a sinistra gli mancava un dente». Il particolare del dente mancante, rim­piazzato dalla cap­sula d’oro, conferma: è lui, il soldato che chiude il romanzo. Ride oggi, sorrideva allora.

Ma perché sorrideva? Il lettore allora ricorda le scene stra­zianti che precedono quel sorriso, rias­sunte da Camon in queste parole: «Da quel momento ognuno ha capito che l’urlo della bestia sta strozzato nella gola di ogni uomo, ma che ci vuole un’altra bestia per tirarlo fuori». In mezzo al dolore delle madri, il capo tede­sco appariva soddisfatto e «lanciava verso i due scherani uno sguardo di de­gnazione come per dire: ‘Noi siamo uo­mini, questi mah’. I due soldati rispon­devano con un sorrisino di soddisfazione per appro­vare». E uno dei due mostrava (appunto) quello spazio vuoto tra i denti, in basso a sinistra.

Ha spie­gato Camon: «Questa storia del nazista che torna in Italia convinto di essere stato un sol­dato buono, mi è caduta proprio addosso. Ha uno spunto vero. Il libro è nato dalla mia irosa reazione al fatto che egli si era presentato convinto di una sua bio­grafia onesta. Invece ne aveva combinate di tutti i colori. Come lui, in Germania ce ne sono centinaia di migliaia e occu­pano posti di potere reale, cioè econo­mico. Sono loro che guidano l’Europa verso l’unione. In fondo l’Italia sta vi­vendo proprio per opera loro un’altra sconfitta. E questo mi fa arrabbiare due volte».

In queste mie pagine proseguo ed approfondisco il lavoro iniziato con il volume Rimini ieri, Dalla caduta del fascismo alla Repubblica, apparso nel 1989 e quasi subito esaurito. Seguendo la successione cronologica degli eventi locali, inquadrati nel contesto nazionale, ricostruisco le vicende e le tragedie dei mesi «repubblichini» tra Rimini e la Repubblica di San Marino, divenuta da Stato neutrale la succursale della vio­lenza dei fascisti e dei nazisti, oltre che rifugio dei “centomila” italiani tra cui fui pure io con i miei genitori.

Il lettore troverà anche testimonianze e documenti raccolti con forte passione civile dall’amico editore Bruno Ghigi per due suoi volumi diventati ormai dei classici. Essi costituiscono la struttura portante di questo mio lavoro, che è stato indirizzato all’analisi, alla classificazione e alla valutazione critica di quei testi.

Memorie di eccezionale valore sono quelle che riporto relativamente alla vita istituzionale e politica di San Marino nell’immediato dopoguerra. Sono state scritte dal prof. Giovanni Franciosi, celebre docente al li­ceo scientifico Serpieri della nostra città.

 

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