L’odor de Nadel

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“ L’udor de Nadel “
Um per ancora da santì l’udor ad cal tre partugali zali cumè un solatin ad cagl’instedi ormai brusedi, e ad chi do mandarein da mench, arziglid e rusgh de fred, atached sò ma cl’albarein d’Nadel, che e mi ba sal su meni grandi da la fadiga dla vanga prima e de badil dop, e fasiva quant che me ancora a purteva i calzun curt sora al gambi cal pariva do brasoli rosi per e fred ; ilà sora la credenza sculurida de fom d’ian, s’un ramet ad bosch che lo, e mi Guido, l’eva taiè t’un zardein dna vela magneda da la gramegna e di marugun, ilà sla mareina, dov che ancora l’arveva l’onda arbelta dala burasca.

Che ramet sparnazed sal su pochi fuitini lesi e tondi com i butun vird dla vestaja da nota dla mi nona, e pareva lus me fogh dl’al stufa a legna azesa da la mia ma, per scaldè na muliga ad lat tla cocma, sora chi zirc ross, cumè al nosti meni pini ad zlun.

Cl’elbri ad Nadel e steva a brazi verti cumè e signurein in crosa, perchè la tramuntena la iaveva spnalè sora mela e mela granlini ad sabia saleda, e lo ades e brileva sl’udor ad cal tre partugali e ad chi do mandarein arziglid, propia quei da mench sla buza rusga.

Alora l’albarein di puret e pareva indusè e piò bel vistid cl’aves mai vistì un re o na regina… Lo se, propia lo, e brileva ilà te scur sa cl’udor dolz de Nadel, che dop e mi cor da grand u n’ha mai piò santì !!!

Luciano Monti ricordando Guido, Marcella e Piero Natale 2014

“ L’odore del Natale ”
Mi sembra ancora di sentire l’odore di quelle tre arance gialle come il piccolo sole di quelle estati ormai bruciate, e di quei due mandarini da meno, rosicchiati dal freddo, attaccati su all’alberino di Natale, che mio babbo con le sue mani grandi dalla fatica della vanga prima e del badile dopo, faceva quando io ancora portavo i pantaloni corti sopra le gambe che parevano due braciole rosse dal freddo; la sopra la credenza scolorita dal fumo degli anni, con un rametto di bosco che lui, il mio Guido, aveva tagliato in un giardino di una villa mangiata dalla gramigna e dai rovi, la dove ancora arrivava l’onda ribaltata dalla burrasca.

Quel rametto malconcio con le sue poche foglioline lisce e rotonde come i verdi bottoni della vestaglia da notte di mia nonna, sembrava luccicare al fuoco della stufa a legna accesa da mia mamma, per riscaldare un pochino di latte nella cuccuma, sopra quei cerchi rossi, come le nostre mani piene di geloni.

Quell’albero di Natale stava a braccia aperte come un signore in croce, perché la tramontana gli aveva spennellato sopra mille e mille granellini di sabbia salata, e lui adesso brillava con l’odore di quelle tre arance e quei due mandarini raggrinziti, proprio quelli da meno con la buccia rosicchiata.

Allora l’alberino dei poveri sembrava indossare il più bell’abito che avesse mai vestito un re o una regina… Lui si, proprio lui, brillava la nello scuro con quell’odore dolce del Natale, che dopo il mio cuore da grande non ho mai più sentito !!!

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